Paesaggi d'Italia

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Campania, Italia

Terre di Campania

Le terre interne della Campania sanno essere forti, rudi, selvatiche nei tratti montuosi. Il mare non è mai troppo lontano, ma i colori cambiano davvero, come cambiano i paesi e lo stile di vita. Che si tratti delle montagne beneventane, del Matese, o del Sannio, qui la Campania parla un linguaggio dei luoghi particolare, più sorprendente, meno noto, e per questo forse meno “scontato” rispetto a tanti paesaggi costieri. Anche se poco distanti dalla costa, come nel Cilento con le sue spiagge spettacolari, le terre che si alzano per dare forma ad alte colline, fino a diventare monti verso l’Appennino, conservano qualcosa di profondamente antico, un sentore di storica nobiltà e memoria della terra, che si ritrova nei reperti di civiltà millenarie, nelle tradizioni, nei volti di chi ci vive.

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In quella parte inferiore della Campania che da Paestum a Palinuro s’interna fra i monti fino al Vallo di Diano e assume nell’estremo occidente una forma di penisola ed esce a lambire il golfo ampio di Policastro, si trova il Cilento impervio, così nominato dal fiume Alento che lo scorre. Esso forma alla vista uno spettacolo disforme, animato da contrasti. Di tratto in tratto, il paesaggio si presenta diverso ed eguale, severo e mite, rigido e flesso, opaco e limpido, selvaggio e ridente, oppresso da dirupate gole di monti aridi e aperto a colorati declivi verso i seni marini. I limiti settentrionali del Cilento, che furon quelli dell’antica terra lucana sulle sponde del Sele, toccano la pianura di Paestum, là dove la costa bassa e diritta comincia lievemente a-inarcarsi e ad alzarsi, ornata dai ruderi di un grande passato, rischiarata di memorie e di miti; una pianura avvinta nell’ora del mezzogiorno, che dal monte Alburno sembra gradatamente ondeggiare e scendere con la vicenda del sole. Tra i pini selvatici si intravede la distesa del mare investita dalla luce; dove il bufalo, o sonnecchia, o veglia inerte sui gradini, ai piedi erbosi delle are, quando tutto è assorto nel quieto stupore dell’estate tirrena. Dov’erano i simulacri dei numi pagani, tra le celle, profonde fessure annidano uccelli.
Enzio Cetrangolo, 1962
Ma se non è tutto il Sannio, tutta sannita è certamente la provincia beneventana. E onesto io dico non perché me Io apprendano le antiche storie e gli studi recenti, ma perché trovo nell’aspetto fisico e più ancora nel carattere morale dei moderni beneventani la discendenza incontaminata dal rude Sannita primevo. San tanto nel capoluogo e nei centri più popolati e più vivi, quelli cui arriva più rapidamente il bene e il male della civiltà contemporanea, ma sulle aspre montagne, sull’altipiano del Matese, nel massiccio virgiliano del Taburno, o procedendo verso il duro Molise da Pontelandolfo e Cerreto, o cercando a San Bartolomeo in Galdo il varco verso fa pianura pugliese, qui la gente vi mostrerà la sua vera essenza italica nei tratti somatici volti adusti, segnati, color di cotto nel costume che, appunto a Pontelandolfo conserva l’antica grazia, e soprattutto nel carattere, laconico, severo, improntato a grandi dignità. Se dovessi dire che cosa mi piaccia di più in questi Sanniti, direi che è proprio il loro signorile riserbo, anzi una loro contenuta fierezza, che li sostiene nelle avversità e li fa discreti nelle gioie: individuali o collettive che, queste o quelle, siano.
Gino Doria, 1962
Ecco, a parte le dimensioni, si tratta proprio d’un paravento. Da una parte, verso il salotto, sono disegnati alti colli verdi e cielo, pizzi di montagna, strade tra tunnel ombrosi di foglie e d’antichi rami; tutto il paravento è una corona, estrosa e decorativa, al bel salotto: dall’altra le montagne s’allungano, si gonfiano, ormai non più verdi ma rossicce, rade di vegetazione, simili a groppe immobili di elefanti. Dalla prima parte del paravento c’è un allegro salotto di piccoli paesi colorati sul mare, piccoli presepi un po’ silenziosi, ricchi di sete, di cancelli dipinti, di giardini ben coltivati, di ceramiche splendenti e inutili; dall’altra ci sono mucchi di paesi neri, schiacciati, tutta una cianfrusaglia di vecchi palazzi come sedie rotte, di stracci come grumi di case, tutto quello che si può trovare nascosto dietro un paravento nell’abitazione di gente affatto ricca e anche un po’ disordinata.
Aldo de Jaco, 1962