Paesaggi d'Italia

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Puglia, Italia

Puglia Imperiale

Quella dell’Imperatore Federico II di Svevia, della casa degli Hohenstaufen, ma considerato a tutti gli effetti “figlio della Puglia”, è una vita che ha lasciato segni straordinari, certamente tra i più profondi e avvincenti della storia medievale e, si può dire senza timore, di tutta la millenaria vicenda e cultura italiana. Se ne erano accorti già i contemporanei, che consapevoli delle doti non solo politiche, ma totali, “universali” del personaggio, non avevano esitato a definirlo Stupor Mundi. A lui devono tanto la giurisprudenza, una rinnovata visione dell’economia, ma anche gli studi in generale costruiti sulla sapienza maturata tra Occidente e Oriente, la poesia e la letteratura, le arti in ogni loro forma. Nell’ architettura si trovano espressioni particolarmente chiare dell’energia, della visione raffinata e delle idee di Federico II: si pensi agli innumerevoli edifici sparsi nei suoi possedimenti dell’Italia meridionale, ai 111 castelli che si contano solo tra Puglia e Basilicata, tutti legati alla sua opera di edificazione e rinnovamento. Si consideri, ovviamente, il suo capolavoro: quel Castel del Monte nei pressi di Andria, che ancora oggi sembra interrogarci, chiederci di fermarsi a riflettere sulla forma perfetta che l’uomo può dare alle cose e agli spazi. Chi dalle assolate campagne della “Puglia imperiale” si avvicina man mano a questo edificio, autentico e riconosciuto Patrimonio dell’Umanità, non può fare a meno di pensare a chi l’ha voluto proprio così, a quell’uomo che sapeva volare alto e guardare lontano, come forse gli avevano insegnato i suoi adorati falchi, compagni prediletti delle giornate di caccia e spensieratezza.

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(Andria e dintorni) Federico II […] se ne fece signore. Il paese da costui prediletto era appunto questa Puglia piena di sole, che si distende sul mare con le sue ampie coste in modo incantevole e dolcemente s’inclina e scende da’ monti, coperti del verde degli ulivi e di giardini di mandorli, e giù, lungo il mare, è recinta tutta di una corona di belle città e di porti. Egli vi fece costruire i suoi palazzi e luoghi di delizie e castelli di caccia. Foggia, Castel Fiorentino, Castel del Monte e la foresta de’ Saraceni a Lucera.
Ferdinand Gregorovius, 1874
Dalla costa come dal piano, si vede emergere, quasi piramide, una verde collina, tutta nuda d’alberi, e in vetta solo un castello […] punto centrale, caratteristico, visibile assai da lungi, messo lì a dominare una pianura immensa, il popolo gli ha dato il nome di Belvedere o Balcone delle Puglie. Veramente si potrebbe con più ragione chiamarlo Corona delle Puglie: esso poggia lassù, sulla cresta della collina, proprio come una corona murale.
Ferdinand Gregorovius, 1874
(Intorno a Castel del Monte) Tutta la campagna è uno sterminato giardino di mandorli. Qua e là s’avvicendano oliveti, vigne e anche piantagioni d’aranci; ma il mandorlo predomina. Chi non conosca le condizioni agrarie della Puglia, sarebbe indotto a pensare che fra tanta abbondanza di una natura paradisiaca gli uomini vivano sguazzando nelle ricchezze.
Ferdinand Gregorovius, 1874
(Intorno a Castel del Monte e Andria) La città, lontana dal mare poco più di un’ora, giace su di una ubertosa pianura. Ha alle spalle una ondulata catena di colline, fra le quali si distingue una più alta, quasi una piramide, sulla cui cresta sorge un castello: Castel del Monte.
Ferdinand Gregorovius, 1874
Giurerei che Federigo II non dovette amare affatto l’architettura gotica: quel che c’è di gotico a Castel del Monte, sono appena le volte e le costolature; ma non le finestre, che sono ancora quelle arabe che ingioiellano le costruzioni normanne della Sicilia. E poi, basterebbero le mura sode, il gusto delle ampie superfici, ancora bizantine o romaniche, se proprio non vogliamo dire arabe; e invece lo dobbiamo dire, perché se c’è qualcosa a cui far pensare Castel del Monte, è alla porta faimita del Cairo, è agli alti muri senza finestre, che avvolgono la Moschea di Ibn Toulon. E anche i merli, sarebbe da ridere non lo fossero stati, “li mergoli” di cui appunto parla Mateo da Giovinazzo, né guelfi né ghibellini, ma come quelli fiammeggianti o seghettati delle fortificazioni arabe. Infine il correttivo dell’antichità classica: quel portale sormontato dal timpano, dove, naturalmente, le proporzioni classiche svaporano, ma acquistano un accento squisitamente romanzo, e, in quell’accento conservano l’étimo classico. Donde negli augustali d’oro, Federigo, con la clamide e redimito di alloro, se la fa da imperatore romano.
Cesare Brandi, 1960