Paesaggi d'Italia

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Piemonte, Italia

Le Alpi piemontesi

Già dalla pianura, procedendo verso il cuore del Piemonte, si coglie tutta la coerenza del nome di questa regione: si è effettivamente ai piedi dei monti, di tanti monti che si stagliano all’orizzonte alti e severi, con forme solide e imponenti, quasi sempre col cappello di neve e che poco concedono agli svolazzi di altre zone alpestri. Ma è salendo sulle creste che il quadro diventa sbalorditivo, con un paesaggio da “cima del mondo” di bellezza spirituale e concreta, con un’asperità ampia e spettacolare che parla un linguaggio alpino dall’inflessione tutta piemontese, marcata a volte dai suoni occitani e francesi. Un quadro segnato da vette, aperture infinite e anfratti che rappresentano il mondo delle terre e delle rocce alte, alte davvero, dove il cielo non si avverte come limite e dove, casomai, i confini diventano quelli delle quote più basse. Siamo finalmente nella montagna “vera” [...] come dice Edmondo De Amicis, una montagna dove la presenza discreta dell’uomo e delle sue bestie da pascolo è accompagnata dai fischi penetranti delle marmotte, dove i sentieri più bassi raccontano fatiche di lavoro e quelli più alti gioie d’escursioni, confermando quanto dice Guido Rey: “La montagna è fatta per tutti, non solo per gli alpinisti; per coloro che desiderano riposo nella quiete come per coloro che cercano nella fatica un riposo ancora più forte”.

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[...] oltre le colline di là dal Tanaro, oltre l’ampio arco della pianura del Po, le Alpi, dalle Marittime al Monviso al Roccia-melone al Gran Paradiso al Rosa, si levano con la loro grande massa appena segnata dalle ombre delle valli e dai contorni dei dossi, ma nell’insieme omogenea, sfumata, violetta, cenerognola, blu: più in alto la grande fascia delle nevi, lo scintillio di ghiacciai e, contro l’azzurro diafano del cielo, il disegno articolato e nitidissimo delle creste.
Mario Soldati, 1975
Del resto è mio intento ragionar solo delle Marittime [...] lascerò eziando di seguire l’orme di quei poeti che mentre ci descrivono le loro angustie, balze, e precipizi e mentre fanno menzione delle nevi, e ghiacciai, venti, e freddi, che infestano, facendole oltrepassare le nuvole, e chiamandole insuperabili, ed inaccesse, pare s’ingegnino di cagionare maggior terrore a lettori con l’immaginativa di ciò, che forse provino con la loro vista i viandanti.
Pietro Gioffredo, 1839
Qual’è l’italiano che non si senta balzare il cuore in petto alla vista delle Alpi, e non provi la stessa commozione di chi giunge per la prima volta in riva al mare? Non formano difatti questi monti il limite e la rocca d’Italia? [...] Eppoi, che cosa si vorrebbe trovare di più bello, di più poetico, di questa grandiosa opera del Creatore? Quivi vaghe pendici floride vallate, amene rive di fiumi, effetti pittoreschi d’acqua e di luce, stupende sinuosità, contrasti di alte cime e di placidi gioghi, di neve e di fiori; quivi una popolazione buona e tranquilla, religiosa, intelligente, amante del lavoro,che non trova altro diletto che fra i suoi monti, sotto la volta del suo bel cielo e nelle rozze sue capanne.
Carolina Invernizio, 1877
(dal Monviso panorama d’insieme) Nel centro, il Viso, dalle cento guglie tutte striate di bianco, che ricordavano giustamente al buon milanese il suo Duomo, su cui pure si ascende e su cui pure come sul Monviso vi è la Madonna, emblema dovunque di pace, sulle tempeste della natura, sulle tempeste delle anime. A destra e a sinistra un digradare lento di monti che formano un anfiteatro ricoperto nei fianchi e nel piano verde dei castagni, segnato nel mezzo dalla striscia argentea del Po che scende giù per la valle, rumoroso. […] Superato il passo siete in cima, di fronte ad uno dei più bei panorami delle Alpi, che vi fanno dimenticare le fatiche della salita. È una tribuna solitaria su di un cono isolato, dalla quale si domina un piano interminabile, mentre in anfiteatro, all’altezza dello sguardo, vi si affaccia imponente il semicerchio delle Alpi da cui si adergono le cime rivali di quella tribuna. A nord la Levanna, il Gran Paradiso, e il Monrosa, più lontano il Monte Bianco, ed ad ovest il gruppo del Delfinato. A sud i monti declinano dolcemente verso il Mediterraneo lasciando aperto un orizzonte basso e vasto in fondo al quale, se lo sguardo potesse giungervi, vedrebbe il mare. Di fronte è la pianura del Piemonte e lo sguardo precipita senza transizioni su di un piano di un verde cupo, rotto dalla striscia lucida quasi metallica del Po. Che nasce ai piedi del monte e si perde lontano nella sconfinata pianura.
Giovanni Saragat, 1910
(Monviso) I Romani lo chiamavano Vesulus e noi pure lo diciamo monte Vesulo o Monviso, appunto perché si vede da lungi. A Torino specialmente, e persin nella Lombardia, si manifesta in una forma la più imponente e la più maestosa. Esso ha figura di tronco, quasi piramidale, altissimo e rapidissimo; è completamente scarno verso la valle del Po coi suoi macigni or fessurati, or frastagliati, è circondato da precipizi orrendi e da valloni ricoperti di ghiacciai perpetui; ha poche guglie, fra cui la sola rimarchevole, cioè il Visolotto. Dal quel lato inspira una gran imponenza ed un’indicibile sorpresa; quei macigni enormi, che in tante svariate forme si accatastano gli uni sopra gli altri, quelle molte piramidi che stanno lì a far sentinella all’immane colosso e gli servono di contrapeso alla base, quelle fenditure nel suo seno ricoperte di neve, il colore delle roccie annerite dal lungo corso dei secoli, il lago della Pellegrina specialmente, che sorge come per incanto ai suoi piè; l’aria pura e viva che si respira in mezzo ai più cocenti raggi del sole; quel vertice culminante che sembra toccare e sfidare il cielo, nonché comandare alla terra, ti convincono dell’immensa grandezza e potenza del Creatore e t’invitano a riconoscerlo.
Claudio Allais, 1891
[...] sopra ogni cosa attraente, come fate e come miraggi, sono le alte cime serene e nevose che circondano il Pina del Re e le sorgenti del Po, dominandole a guisa di anfiteatro, donde l’occhio si estende per la valle e spazia lontano, e ammirando la grande catena delle Alpi ci inspira a meditare il mistico senso dell’infinito. Qui dove tutta la gamma più morbida dei colori, sorge dalle acque, scende dal cielo, si spande dai monti, ad estasiare l’occhio ammaliato del visitatore e gli reca la visione più fulgida di questa grande Italia nostra.
Attilio Pugno, 1912
(Monviso) Ma i nostri vecchi la temevano. Le testimonianze verbali e scritte lo riportano con certezza: nell’immaginario collettivo la vetta del Monviso pareva esistere al di fuori del duro mondo quotidiano che i montanari dovevano affrontare. Quella cima era lassù, ben al di sopra delle loro teste, e non entrava in gioco se non nei racconti di leggende, storie o avventure dove la fantasia e l’immaginazione spaziavano oltre i limiti dell’umano. La radice di paura e desiderio (oppure odio e amore) che ha sempre legato, in senso più vasto, questa montagna all’uomo è un sentimento che lo stimola nei suoi risvolti più intimi. E tuttora lo provoca, lo illude, lo preoccupa e lo affascina. Ma lo fa sempre sognare.
Gianni Aimar, 2007
(verso Fenestrelle) Poco lontano da Perosa, passiamo accanto alla roccia enorme di bec-Dauphin, che segnò il confine tra Francia e Savoia, [...] Ecco il primo villaggio pensieroso di meano, ecco i primi frassini, ecco i monti erti e brulli, dalle alte cime coniche, dalle bricche rotte e bitorzolute, dalle sottili guglie cesellate, che s’alzano snelle e recise per l’aria, colorite di viola, e svariate d’ombre nette e vigorose [...] e ci bisogna torcere il collo per arrivare con lo sguardo alle cime altissime, sparse di casette appena visibili, somiglianti a romitori d’anacoreti, e di piccoli quadrati di neve, rimasugli bianchi di valanghe, che paiono tovaglie dimenticate di colazioni d’alpinisti.
Edmondo De Amicis, 1888
(Alta Val Susa ) Viste nelle sere d’inverno sotto la neve, queste montagne ondulate all’infinito sembrano dune fosforescenti, senza contrasti violenti tra luce e oscurità; non ci sono solchi profondi di valli, non ci sono alte pareti a spezzare la luce con le loro ombre minacciose e crude. Ci sono solo sfumature di chiarore diverso: un paesaggio veramente lunare. [...] non c’è un angolo di questi monti dal quale non si veda la luna. Quando è nel cielo, qui la luna è di casa su ogni centimetro quadrato, è una presenza continua, una parte viva delle montagne. Così Lillo Colli cominciò a chiamarle Alpi della Luna.
Carlo Graffigna, 1976
La sommità del Moncenisio si può paragonare ad una specie di porto. È una valle lunga una lega e mezzo; larga, ove più, quasi mezza lega. Gli eccelsi gioghi che le fanno corona, la difendono dalla violenza de’ venti. Pei verdi suoi paschi van girando le mandrie all’estate. Un lago sempre limpido e quasi sempre placido, ne occupa il fondo tra mezzogiorno e ponente. I gastronomi vantano le trote salmonacee, ed i paesisti ammirano i graziosi contorni di questo laghetto. Ed è bello, mi dissero, il vedere i circostanti monti specchiare dentro le azzurrine suo onde le sublimi lor vette, qualora il sole orizzontale tinge in rosa le nevi perpetue ond’hanno ghirlanda.
Davide Bertolotti, 1831
(Sempione, verso Domodossola) Erano le dieci di sera quando arrivammo a Domo d’Ossola, ai piedi del Sempione. Ma siccome la luna splendeva luminosa, e non c’era una nuvola nel cielo stellato, non era il momento di andarsene a letto [...] Era novembre inoltrato; e la coltre di neve era alta quattro o cinque piedi sulla strada battuta del passo e l’aria era fredda pungente. Ma la serenità della notte e la magnificenza della strada, con le sue ombre impenetrabili e le tenebre profonde, con le improvvise svolte nel chiarore lunare e l’incessante ruggito delle cascate, rendevano il viaggio sempre più sublime ad ogni passo.
Charles Dickens, 1844 - 1846
(Passo del Sempione) C’era una semplicità maestosa che ispirava soggezione, le ossa nude di un mondo gigantesco erano qui.
Mary Shelley, 1840 - 43