Paesaggi d'Italia

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Calabria, Italia

I monti la Sila e l'Aspromonte

I monti contribuiscono in maniera fondamentale, esteticamente e culturalmente determinante, per certi versi addirittura disarmante, al mosaico del paesaggio calabrese. Tanta è la loro particolarità e suggestione, che anche scrittori e viaggiatori abituati alle infinite varietà del mondo, faticano a trovare le parole giuste per provare a descrivere queste impervie e spettacolari montagne. Parlando dei monti della Calabria sembra non si possa fare a meno di evocare immagini di terre lontane dall’Italia, quasi si trattasse di un altro mondo dove convivono spettacoli autenticamente alpestri con la vista del mare, laghi e boschi fitti dal sapore nordico con borghi incastonati nella roccia viva, villaggi che sembrano disegnati per fare da scenario a intense storie di tempi lontani e dove la tradizione è ancora vicina alla quotidianità. Che l’ambiente sia di grandissimo pregio e si sia conservato con un suo carattere particolare,quasi primitivo, lo dimostra l’attività di ben due Parchi Nazionali, quello dell’Aspromonte e quello della Sila, dove è possibile scoprire e vivere una natura divenuta ottima opportunità e offerta turistica.

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Ed invero quei pochi che si sono indotti percorrere la costa tirrena sino a Reggio e a penetrare nell’interno, ne sono tornati entusiasti come della scoperta di un mondo nuovo pieno di incanti. Che cosa sia questa bellezza, non è facile dire. Certo dipende in gran parte dallo spiccato contrasto fra monti e marine, dall’alternarsi di vallate ubertose e cime granitiche arse dal sole, dalla lieta improvvisa apparizione di un paesaggio pieno di luce con l’oscura ombra di foreste impenetrabili dagli ampi orizzonti aperti sui mari, alle numerose gole alpestri, sonore di acque correnti.
Luigi Parpagliolo, 1937
Nelle sue vaste plaghe montane talvolta non sembra d’essere nel Mezzogiorno, ma in Svizzera, nell’Alto Adige, nei paesi scandinavi. Da questo Nord immaginario si salta a foreste d’olivi, lungo coste del classico tipo mediterraneo. Vi si incuneano canyons che ricordano gli Stati Uniti, tratti di deserto africano ed angoli in cui gli edifici conservano qualche ricordo di Bisanzio. Si direbbe che qui siano franati insieme i detriti di diversi mondi; che una divinità arbitraria, dopo aver creato i continenti e le stagioni, si sia divertita a romperli per mescolarne i lucenti frantumi.
Guido Piovene, 1957
Nelle cime più alte tagliate in innumerevoli spicchi da altrettanto innumerevoli corsi d’acqua. Sono le cosiddette fiumare, da aprile a novembre asciutte, mute, pietrose, inghirlandate solo dagli oleandri spontanei, ma che nell’inverno diventano talvolta pericolose e risuonano di tonfi sordi , quando le acque scaraventano verso il mare i massi staccati dalle loro ripide rive. È lui l’Aspromonte, che le alimenta è lui che le rende furenti è lui che le acqueta. Questo massiccio, il più meridionale dell’Appennino è il vero signore, il vero dominatore di tutto l’ambiente. Percorreremo le sue strade, le sue mulattiere, i suoi sentieri, lo attraverseremo da un mare all’altro, ne coglieremo lo stesso incanto: l’incanto dei pini, degli abeti, dei faggi, dei castagni, dei suoi prati erbosi e delle sue nude rocce; l’incanto della vista dei mari che lo circondano, dello stretto di Messina, delle isole Eolie, dei perenni pennacchi dello Stromboli e dell’Etna.
Giuseppe Foti, 1963
Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte, d’inverno, quando i torbidi torrenti corrono al mare, e la terra sembra navigare sulle acque. I pastori stanno nelle case costruite di frasche e di fango, e dormono con gli animali. Vanno in giro coi lunghi cappucci attaccati ad una mantelletta triangolare che protegge le spalle, come si vede talvolta raffigurato qualche dio greco pellegrino e invernale. I torrenti hanno una voce assordante.
Corrado Alvaro, 1931
La Sila è un paradosso paesaggistico e ci riporta a certe composizioni surreali, che ottengono il loro fascino accostando tra loro oggetti eterogenei e disambientati. Sembra di essere caduti in un angolo della Scandinavia, con i pini silani più alti e più snelli degli abeti che attecchiscono facilmente perché nascono anche dai semi vagabondi portati dal vento.
Guido Piovene, 1963
(Canolo) Il villaggio per se stesso è schiacciato e spinto in un nido di rocce appuntite subito dopo il vasto precipizio che si chiude attorno al passo del mercante, e quando da una parte si guarda a questa barriera di pietre e poi, girando si guarda il mare distante e le colline ondulate, nessun contrasto può essere più rimarchevole.
Eduard Lear, 1847
Il lago
gli abeti
dici bene
la Svizzera.
Mettici
i fiorellini
e in lontananza
le pastorelle,
le mucche calme lavate
nel sole che tramonta,
d’oro naturalmente,
dietro i pini, perfetto.
Mangi
di buon appetito,
dormi a sazietà.
Se poi,
quella gente ci vive d’inverno
col pane di segala
e i lupi,
a tè, che importa.
Tè ne stai
nel calduccio, in città
raccontando agli amici
il verde odoroso dei pini.
Franco Costabile, 1961
Al di lò delle gialle colline c’è il mare, al di là delle nubi. Ma giornate tremende di colline ondeggianti e crepitanti nel cielo si frammentano prima del mare. Quass’ù c’è l’ulivo con la pozza dell’acqua che non basta a specchiarsi, e le stoppie, le stoppie che non cessano mai.
Cesare Pavese, 1936
(Da Villa San Giovanni a Cosenza) La distanza da San Giovanni a Scilla è all’incirca di cinque miglia, ma sembra di gran lunga inferiore per il paesaggio pittoresco che costeggia quasi sempre il mare e si sviluppa tra siepi di cactus, di melograni e di aloè, dominati di tanto in tanto da qualche noce o castagno dal fogliame spesso [...]
Alexandre Dumas padre, 1835
Un figlio di questa terra, lo scrittore Corrado Alvaro, diceva che non c’è una sola Calabria ma ce ne sono almeno cento. Voleva dire che proprio qui in questo estremo lembo della penisola ci sono aspetti, costumi, tradizioni, popoli e genti tra i più diversi: gli antichi italici, ma anche intere generazioni di greci, di albanesi, di armeni, di normanni e perfino lontani pronipoti di pirati saraceni. E cento e cento modi di vivere, natiralmente a spalla a spalla e spesso addirittura mischiati tra loro: pescatori e contadini, marinai e artigiani, boscaioli e pastori. E, tutti hanno qui il loro mondo. Ma cè di più: neppure la Sila è una sola, ma si divide a sua volta in tre punti: a nord la Sila Greca, nel centro quella Grande, a Sud la Piccola.
Carlo Graffigna, 1976
(Terre di Brancaleone)I colori della campagna sono greci. Rocce gialle o rosse, verde chiaro di fichindiani e agavi, rosa di leandri e grani, a fasci dapperttutto, nei campi e lungo la ferrata e colline spelacchiate brunoliva.
Cesare Pavese, 1927