Paesaggi d'Italia

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Veneto, Italia

Dai Colli Euganei e Colli Berici alle colline del Prosecco

Nell’atlante del Veneto i Colli Euganei e i Colli Berici scrivono il capitolo dedicato alle colline. Un capitolo che parla di bei paesi e cittadine aggraziate, di alture che conservano ambienti pregiati, tanto da essere tutelati in parchi naturali, di paesaggi pittorici, di ville storiche pensate come piccole regge e, come se non bastasse, di vini che hanno conquistato fama nel mondo. Il paesaggio e il vino qui si incontrano da tempi lontani e raccontano insieme storie di qualità della terra, di lavoro competente e costante, di una cultura del buon vivere e di un arte del bere che ha raggiunto vertici assoluti.

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Non si può separare Vicenza dai colli Berici. La salita che porta di sbalzo dalla città al santuario, divisa in due rampe, listata, sulla parte destra, da portici secondo il costume emiliano, forse è la passeggiata di misura più giusta che una nostra città abbia ricevuto in dote. Prende mezz’ora tra l’andata e il ritorno; parte direttamente dall’abitato, senza spazi intermedi; unisce, nelle dosi più con venienti, la salita, la discesa e il piano; si può fare anche con la pioggia senza bagnarsi, e andare a monte», spesso nei ritagli di tempo, era una consuetudine di quasi tutti i vicentini, prima che l’automobile togliesse l’uso delle gambe; molti vecchi dovettero la loro longevità all’aver percorso questa strada verso il santuario due volte al giorno per tutta la vita.
Alzandosi rapidamente, si ha subito il panorama della corona di montagne tra il Pasubio ed il Grappa, su cui infuriò la prima guerra mondiale; poi, finita la seconda rampa, della pianura verso Padova e delle ville illustri, la Rotonda e i Nani; si è già sotto la gradinata del santuario bianco, d’un barocchetto familiare. Di qui la passeggiata può prolungarsi, senza troppa fatica, sul crinale dei colli, che sono come un’increspatura del suolo tra due pianure, una a sinistra illimitata verso il mare, l’altra chiusa dai monti. Non saprei dirne la ragione, se sia uno speciale incontro a metà strada di riflessi alpini e marini, ma questi colli asciutti, dove non s’incontra mai un torrentello, un fosso, presentano nei colori delle foglie, dell’aria, delle nuvole, delle nebbie, un’unione di dolce, di morbido e di prezioso che credo unica al mondo. Certo di qui ho goduto i più bei tramonti e i più bei pleniluni dei miei ricordi giovanili. Penetrando ancora più addentro, i colli poi mutano aspetto, e ci danno una delle poche plaghe di natura selvaggia che siano rimaste in Italia, un segreto tuttora intatto.
Guido Piovene, 1964
I Colli Euganei ebbero la stessa origine dell’Himalaya, anzi nacquero ad un parto con esso. Ma è certo che poco gli somigliano. La loro cinta più eccelsa, quella del monte Venda, supera appena i seicento metri. Le loro masse non hanno nulla di disfacelo; i loro profili si configurano in un lento sviluppo di curve morbidissime: e il loro respiro è calmo e leggero come quello dì un bimbo che dorme. Alzandosi isolati e come improvvisi sulla pianura padovana, cosi vasta e tranquilla, hanno l’aspetto e il senso di un episodio bizzarro, di un’estrosa variazione, di un gentile lusus Naturae.
Diego Valeri, 1948
Isole in fiore sì, si trovano
nel mare della vasta Angoscia.
Fu ad una d’esse che stamane
giunse la mia barca
da delicati venti pilotata.
Fra i monti Euganei mi trovai,
e ascoltavo il peana
che legioni di cornacchie alzavano
al maestoso sorgere del sole;
raccolte in circolo con ali tutte bianche
di brina, per la rugiadosa nebbia
si librano, ombre grigie,
finché il cielo orientale
esplode; e allora, come nubi della sera
nel cielo insondabile, screziate
di fuoco e azzurro giacciono,
così le loro piume, inteste
di una grana di porpora, stellate
di gocce di pioggia dorata, splendono
sui boschi illuminati,
mentre in silenti stormi,
sugli incostanti venti del mattino
veleggiano attraverso la foschia spaccata,
e i vapori infranti e luccicanti
frattanto scendono l’oscura costa,
finché tutto è lucente, e chiaro, e immobile,
intorno alla collina solitaria.
Percy Bysshe Shelley, 1818
Quando il tramonto è vicino le montagne retrostanti rivelano con le ombre tutte le loro ossature, come vacche smunte reclinate, e si allungano sui declivi, dove l’erba è ancora inaridita dai geli.
Già i tralci delle viti recise hanno cominciato a piangere al primo tepore. I mandorli degli orti hanno i fiori tutti dischiusi e così fitti che sembra non possano più lasciare posto alle foglie e si protendono verso le prime stelle a luminosi insetti che li fecondino. […] Ma col crescere della luce, il paesaggio risveglia questi sguardi spenti: le colline fremono nei castagni mossi dal vento, altre digradano dalla riva del Piave fino alla rocca di Asolo, altre turbinano nel verde azzurrino dei vigneti di Cartizze. Giù dai monti le colline si accavallano e si intersecano come un ondeggiante mare. Ogni sguardo si ravviva, divenuto specchio riflettente il paesaggio e subito ritorna riconoscibile come appartenente al sangue della stessa regione.
Nell’autunno su tutte queste colline da Asolo a Onigo, a Cartizze, a Pieve di Soligo, a Conegliano, a Vittorio Veneto, ultima sagra è quella della vendemmia. I vigneti sui pendii al sole nel riparo delle piccole valli sono stati come calde serre a condensare in dolcezza l’umore dei grappoli. I contadini salgono tra i filari portando le ceste sul capo. I carri con le tinozze sono in ogni stradina che si inerpica verso le vigne. […]
La vendemmia dura fino a quando la prima neve già appare sulle alte cime dei monti, ed è allora che l’uva, nel raggrinzire come il volto di una vecchia, condensa tutto il suo supremo sapore che sarà conservato intatto nel vino compito. Un biondo, sereno e ravvivante vino che è anche questo uno specchio del paesaggio di queste colline uniche al mondo: aureo diadema lucente di gemme.
Giovanni Comisso
In basso e basso e basso
lungo la stretta valle
di curve e curve e curve
il tenebroso innamorato verde
che scava, bolle, eppure scorre
in mille nomi di piante
e pianticelle radicole forze
di ubertà quasi letalinfernali
o paradisiacamente maniacali
ma sulla cima che tronca a balaustra
e in unico folgore aperto, illustra
tutto lo spazio, ecco leggiere geometrie:
tre palazzetti tre case un campanile
e tre osterie:
vedila impavida e quasi severa
nel suo vago proporsi
a schiera, con tutti i soccorsi
di fini diciture sparse di mutismi
e misterini ben dissimulati –
bondì, Dolle, bondì, quasi distrattamente
eterna anche se come abbandonata,
e minata qua e là
da riflessi di un nostro aldilà:
ma la tua quiddità tutto travalica
non hai bisogno d’esser
nemmeno un sogno
perché sei
una cartolina inviata dagli dèi.
Andrea Zanzotto, 2009